Cominciano oggi nelle scuole italiane i test Invalsi. Un milione e centomila alunni della primaria, 570 mila studenti delle medie e 530 mila ragazzi delle superiori saranno sottoposti nei prossimi tre giorni ai quiz elaborati dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo. L’intenzione è quella di equiparare l’Italia agli altri paesi europei, che sono dotati di strutture per l’analisi dello stato di salute dei loro sistemi d’istruzione.
Ma intorno ai test Invalsi si sono scatenate numerose polemiche. L’ultima è quella dei dipendenti dell’istituto di ricerca, finanziato dal ministero dell’Istruzione, che dopo le dimissioni del presidente Piero Cipollone, economista proveniente dall’ufficio studi della Banca d’Italia, volato a Washington per andare a occupare uno dei 24 posti di direttore esecutivo alla Banca Mondiale, hanno denunciato “una situazione di forte criticità economica e di incertezza di governo”. Infatti i dipendenti stabili dell’Invalsi sono solo 22, più del doppio i precari con contratti in scadenza.
Le controversie, però, non sono soltanto interne. Dato lo scarso numero di dipendenti, i test nelle scuole saranno somministrati e corretti dagli insegnanti. Ma in regime di totale volontariato: la verifica, infatti, non rientra nelle loro mansioni e non sarà retribuita.
La contestazione dei sindacati è relativa alle modalità di svolgimento delle prove, che prevedono un mero esercizio di compilazione di test che risultano più vicini ad una schedatura dei risultati che ad una valutazione. Il Miur è corso ai ripari con una nota che prevede che ogni decisione sui quiz Invalsi “deve essere deliberata dal Collegio dei docenti”, ma da queste scelte naturalmente emergeranno istituti “buoni” e istituti “cattivi”. Eppure molte scuole, a partire dalla Capitale, boicotteranno l’iniziativa.
“Il criterio di un serio sistema di valutazione – spiega Mimmo Pantaleo, segretario della Flc Cgil – non può essere solo quello dell’apprendimento finale. Serve un organo indipendente, non un ente finanziato dal ministero stesso per valutare il funzionamento del sistema, come nei paesi anglosassoni. I test di questi giorni sono improvvisati, i docenti non sono preparati a farli e i ragazzi a riceverli. Un investimento di risorse sproporzionato al risultato che verrà ottenuto”. Tra l’altro, le classi campione saranno quelle dove le prove verranno distribuite e corrette dai tecnici dell’Istituto. Quindi un numero molto limitato.
I ragazzi sono chiamati ad affrontare una prova di italiano e una di matematica della durata di 90 minuti ciascuna per le secondarie, 45 per le primarie. “Il tempo per risolvere i quesiti è pochissimo – spiegano un gruppo di genitori di una scuola elementare del Veneto – facciamo fatica anche noi in 40 secondi a dare le risposte. É inevitabile che i bambini dovranno essere aiutati dalle maestre che altrimenti rischiano di vedere declassata la loro scuola”.
Dopo i test gli alunni sono chiamati a riempire un questionario in cui sono chiamati a parlare della loro giornata, del tessuto sociale in cui vivono, di quanto tempo dedicano allo studio e quanto allo sport, se fanno altre attività, se nelle loro case ci sono dei libri, se sono stati vittime di episodi di bullismo e di emarginazione. Proprio su quest’ultimo questionario l’Italia dei valori ha presentato un’interrogazione “per le gravi lesioni della privacy che comportano i test Invalsi”. Del resto, se in futuro le scuole dovessero ricevere i finanziamenti rispetto a questo genere di prove, è chiaro che gli istituti nelle zone svantaggiate del paese, o quelli che hanno molti iscritti stranieri, saranno inevitabilmente penalizzate.

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