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a cura della Segreteria FLC CGIL Novara - Via Mameli 7B - Novara e.mail: scuola@cgilnovara.it

sabato 20 marzo 2010

Sciopero e dintorni.

Numeri: i numeri dicono molte cose, ma non dicono tutto. Però dai numeri bisogna spesso partire. Per esempio per lo sciopero nel comparto scuola del 12 marzo scorso. A poca distanza dall'evento ci sono i numeri relativi all'adesione dei lavoratori della scuola. Sono numeri abbastanza attendibili, anche se vengono forniti dalla controparte, cioè dall'amministrazione contro la quale si è scioperato. A seconda delle fonti giornalistiche specializzate si oscilla dal 10 al 12 per cento di scioperanti sul totale dei dipendenti che dovevano essere al lavoro, appunto, questo venerdì 12 marzo. Il conteggio si fa proprio così, tirando fuori dalle statistiche quelli col giorno libero, quelli in malattia e quelli che, a qualsiasi titolo, non dovevano essere a fatica' in quel giorno specifico. Quindi è perfettamente inutile fare acrobazie contabili per dire che magari quelli avrebbero scioperato o che in qualche modo si sarebbero dovuti annoverare tra gli scioperanti (chissà perché). Il conteggio fatale è quello che è. Ad esser generosi, visto che i fornitori di dati di partenza sono i “nemici”, si può forzare ed arrivare ad un 15 per cento di adesione. Una cifra comunque misera, che magari qualcuno può apprezzare, vista l'epoca in cui ci tocca vivere, ma che non sposta di un millimetro i rapporti di forza che vedono perdenti, per ora, i lavoratori della scuola nel loro confronto-scontro con il governo maledetto.
Evitiamo di passare in rassegna le possibili motivazioni di un tale fallimento; facciamo piuttosto un'altra, brevissima, considerazione statistica. Partiamo ricordando che lo sciopero in questione era stato indetto solo dalla CGIL e da alcuni sindacati di base, come Cobas e CUB. Ricordiamo, ora, che il tasso di sindacalizzazione nella scuola è all'incirca del 50 per cento (altissimo, in confronto ad altri settori). Consideriamo che gli iscritti a CGIL sono, sempre nella scuola, poco meno del 30 per cento dei sindacalizzati. Consideriamo che gli iscritti ai sindacati di base raggiungono a stento l'1 per cento. Abbiamo dunque un 30 per cento di lavoratori iscritti (magari un po' militanti), aderenti ai sindacati scioperanti. Quindi il 15 per cento di partecipazione allo sciopero coincide miracolosamente, per prodigio statistico inusuale, con la percentuale di quelli che “dovevano” scioperare vista la loro appartenenza ad una determinata compagine sindacale.
Ma ora basta con le cazzate statistiche e con le manipolazioni di dati: si è capito che, a mettersi davvero d'impegno, si possono prendere numeretti, apparentemente neutri e algidi, e far dire loro qualunque cazzatina ci viene in mente.
Andiamo ora alle cose serie. Riportiamo i pareri di alcuni non scioperanti, dopo averli aggregati in idealtipi forse abbastanza esplicativi.

Il benaltrista rivoluzionario.
È uno sciopero inutile. Serve solo a far risparmiare soldi allo Stato che ci prende la giornata di paga. Che tanto allo Stato gliene frega proprio di una giornata in meno di scuola. Che non fa danno a nessuno. Dovremmo fare ben altro. Che so? Uno sciopero illegale ad oltranza, un blocco totale degli scrutini, un'occupazione di un mese di tutte le scuole della repubblica. Allora sì che mi ci metterei anch'io. Anch'io darei il mio contributo per una vera lotta efficace, dura, vincente. Se invece continuiamo con gli sciopericchi inutili, io neanche mi ci spreco una giornata di paga. Vado al lavoro e magari cerco di risparmiare un po' di energie.

Il benaltrista tecnico.
Lo sciopero in sé è un'espressione tipicamente novecentesca del conflitto industriale. Nasce appunto nelle fabbriche e, marginalmente, tra i braccianti agricoli. Nei servizi, pure in quelli pubblici, è stato poco significativo. Con la parziale eccezione di alcune categorie: per esempio i ferrovieri. Bisogna prendere atto che il conflitto sindacale deve far ricorso a nuove forme di lotta e di intervento. Dobbiamo approfondire la questione. Dobbiamo studiare ogni possibile alternativa. Sforziamoci di inventare nuove tecniche di conflitto. Lo sciopero classico, nel nostro settore, non serve a un bel niente. Quindi, coerentemente con la storia passata e con gli sviluppi recenti delle relazioni industriali, me ne vado al lavoro e propongo alle mie classi una bella lezione sui cannoni di Bava Beccaris.

Il cinico blues.
Ancora con sti' cazzi di scioperi? Ma a che cosa diavolo servono? Solo a farmi perdere una cinquantina di euro dalla paga del mese prossimo o di quando diavolo l'amministrazione si decide a succhiarmi via un pezzo del mio misero salario. Altro non c'è. Tanto ognuno di noi si fa i cazzi suoi e cerca di accaparrarsi quanto più salario accessorio possibile. È così che ci si procura il vero aumento in busta paga: anche cinque o seimila euro all'anno in più con questo o quel progetto. Certo ora arrivano più tardi di prima. Magari non arrivano del tutto perché il ministero ci frega con tutti questi ritardi nei versamenti dei fondi alle scuole. Questo, casomai, è il vero problema: che cosa me ne frega dei precari, delle pseudoriforme tagliaspese. Me ne vado a scuola e vado a chiedere in segreteria, tra un'ora e l'altra di lezione, se sono finalmente arrivati i soldi per le attività aggiuntive che ho svolto lo scorso anno scolastico.

Il neorealista.
Ma che sciopero e sciopero! Lo sai quanto guadagno al mese? 1400 euro. Lo sai che lavoro fa mia moglie? Part-time in un centro commerciale (700 euro al mese). Quanto fa in tutto in famiglia (tre figli: sono pure prolifico)? 2100 euro al mese. Lo sai quanto mi costa il mutuo? 800 euro al mese. Lo sai quanto mi levano per una giornata di sciopero? Quasi 50 euro. E secondo te in queste condizioni io posso scioperare? Ma non diciamo cazzate. Che lo sciopero ormai è un lusso per single cagacazzo. Oppure è il suicidio di kamikaze disperati che stanno per perdere il lavoro. Io sono una persona seria, un amministratore oculato delle mie misere finanze familiari. Quindi mi alzo, prendo l'autobus per risparmiare i soldi della benzina, e, stretto e pressato tra studenti di varia taglia ed età, me ne vado bello bello a passare la mia mattinata in cattedra.

L'intellettuale barocco.
Sì, mi sembra di averne avuto notizia tramite le gazzette che sono uso consultare quotidianamente. Una delle solite gozzoviglie inconcludenti che ci fanno parere, assimilandoci vieppiù, semplici componenti della classe lavoratrice, altrimenti detta puranco e perfino (obbrobrio estremo) proletaria. Ma che cosa avremmo noi a che vedere con gli usi e costumi di miseri buzzurri costretti ad alzar la voce ed il deretano per dirigersi in piazze chiassose ad esiger dai governanti, in ben altre faccende di rilievo puranco internazionale immersi, chissà quali ulteriori benefici che eterni sfaccendati, quali sono (mi vergogno a dirlo) la maggior parte dei miei colleghi (orrore a sentirmi tale di consimili individui), pretendono a premio e ricompensa di non si sa quale lor opra degna di lode? Ma ringraziate di mangiare il pane del governo e tornate nelle aule ad impartire le giuste lezioni a fanciulli e giovinetti. Raggiungetemi colà: io resterei al mio posto puranco se la nave dovesse affondare davvero.

Il giovine avventizio.
Senti, lo so che noi precari siamo destinati ad essere fatti fuori. Ormai l'hanno deciso. Anche se andassi a darmi fuoco davanti al ministero, a Trastevere, non cambierebbe un bel niente. Hanno deciso di farci fuori e lo faranno davvero. Quello che serve è prendere atto della situazione e darsi da fare per cercare un nuovo impiego da qualche parte. Dove non so, visto che la congiuntura (la chiamano così gli economisti, a volte) porta ad un notevole incremento del numero dei disoccupati. In ogni caso non sono disposto a fare cose inutili e ad imbarcarmi in imprese senza speranza. Sono giovane, ma non sono fesso: il volontarismo quasi idealista e la pretesa di cambiare il mondo com'è non fanno parte della mia cultura. Ho studiato economia alla Bocconi, io. Un minimo di pazienza e mi trovo un posto in qualche impresa in via d'espansione anticiclica. Intanto vado a dir quattro cazzate d'economia politica a quei quattro fessi dei miei alunni e vedo di non perdermi il salario di una giornata, visto che stasera devo uscire con la mia ragazza e la cena la devo pur pagare io.

Uno dei membri della maggioranza silenziosa, di tanto in tanto mugugnante.
Sciopero. Mah. Certo che ci trattano. Male, direi. Però. Che faccio se sciopero? Ci guadagno forse qualcosa? Inutile. Serve a poco. Certo. Poi guarda quelli. Stanno in aula e magari da soli e la smontano. Non che mi interessi granché. Ma un po' d'ordine mi piace. Ci vuole. È necessario. Se ci mettiamo pure noi. Gli educatori. Una cosa da non credere. Certo che ci trattano. Male. Direi. Ma che ci possiamo fare? In piazza non mi sembra il caso. In aula. Anche oggi in aula, sì. E spero di non dover mettere note disciplinari ai soliti casinisti che mi rovinano la giornata e la salute.

E allora? 15 per cento (un po' stiracchiato), e via, verso nuove avventure.


15 marzo 2010.

Dom Argiropulo di Zab.

1 commento:

  1. UNITI SI VINCE: MA IL 10/12% E' AVVILENTE, MEGLIO RIMETTERCI UNA GIORNATA O PIU' DI SCIOPERO OGGI CHE NON DOMANI IL POSTO DI LAVORO. E....LO DICO A CHI IL 12 MARZO HA LAVORATO.

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