Il Pd spera fino all’ultimo. Bersani: «Comunque a noi più regioni»
di Simone Collini
Pier Luigi Bersani rimane chiuso nella sua stanza al secondo piano del Nazareno, a studiare i dati in arrivo dalle 13 regioni andate al voto e a commentarli con gli altri big del partito, da Massimo D'Alema a Walter Veltroni a Dario Franceschini a Piero Fassino. Sono soprattutto i risultati del Lazio e del Piemonte a far rimanere col fiato sospeso i vertici del Pd, ma fin dalle prime proiezioni trasmesse in tv parte il segretario fa partire la comunicazione della 'linea'. Ovvero: il centrosinistra ha vinto nella maggioranza delle regioni e il Pd avanza rispetto alle europee.
A veicolarla mediaticamente ci pensano dal pomeriggio fino a notte inoltrata il vicesegretario Enrico Letta, la presidente Rosy Bindi, il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca e altri esponenti della segreteria di Bersani. Che invece decide di aspettare di conoscere oggi in attesa dei dati definitivi di Lazio e Piemonte prima di rilasciare una dichiarazione davanti alle telecamere.
Inversione di tendenza
Quello che però mette subito in chiaro Bersani nei colloqui privati è che questa tornata elettorale va in ogni caso giudicata positivamente. “L'inversione di tendenza c'è tutta, si vede dalla conquista della maggioranza delle regioni”, è il ragionamento che fa il segretario del Pd mentre gli scrutini vanno avanti, “e dal fatto che combattiamo fino all'ultimo voto nel Lazio e in Piemonte”. Ma anche il risultato incassato dal partito viene commentato positivamente da Bersani con i suoi: “Siamo andati meglio rispetto alle europee”, sottolinea il segretario Pd. Le televisioni danno via via le percentuali delle liste e il dato su cui si assesta il Pd su scala nazionale è di poco superiore al 26%. In pratica, lo stesso incassato alle europee con Franceschini segretario. Ma i calcoli fatti dagli addetti ai lavori del partito danno una percentuale diversa, attorno al 28%. E comunque il risultato va letto, è il ragionamento fatto al vertice del Nazareno, ricordando che sulle schede questa volta c'erano anche liste civiche e liste del presidente espressione del Pd. E non a caso quando in serata iniziano a circolare le prime letture che danno del risultato delle liste Pd un giudizio negativo (soprattutto per opera di esponenti del Pdl), davanti ai giornalisti e alle telecamere piazzate al terzo piano del Nazareno compare Migliavacca con un foglio zeppo di dati: esordisce con un “il Pd avanza di 2 – 3 punti rispetto alle europee”, e via sottolinea il 6,5% incassato dalle liste di Mercedes Bresso in Piemonte, il 3,5% da Claudio Burlando in Liguria, il 3 da Gian Mario Spacca nelle Marche e via così per tutti i candidati presidenti del Pd.
La minoranza
Bisognerà aspettare i dati definitivi, compresi quelli delle liste, per capire se questa linea terrà e sarà sostenuta da tutti nel Pd, maggioranza e minoranza. Quel “batoste” pronunciato da Bersani in riferimento al Pd targato Veltroni e Franceschini non aveva fatto troppo piacere ai diretti interessati. Che però ora si guardano bene dall'alzare la voce. Bisognerà vedere se si cristallizzerà dentro Area democratica la divisione tra veltroniani e ex popolari, per prima cosa. E il segnale dato ieri da Franco Marini (“rivedo una vitalità che non c'era prima del congresso, il periodo di crisi lo abbiamo lasciato alle spalle”) può far stare tranquillo il segretario. Anche se un altro ex ppi come Beppe Fioroni mette più di un puntino sulle “i”: “Non si può dire che non c'è un problema. Un aumento dell'astensione che penalizza anche il Pd, una Lega che cannibalizza il Pdl e il boom della lista Grillo, sicuramente ci interpellano e richiedono una riflessione”. Ma soprattutto bisognerà vedere come si muoverà Veltroni, che ha fissato tra due settimane il primo seminario della sua Fondazione Democratica.
Scenari che non sembrano preoccupare Bersani: “Avevo detto che il 7 a 6 è un buon risultato”, ripete in tarda serata prendendo il dato peggiore possibile come obiettivo comunque raggiunto. Lo scenario che interessa al leader del Pd, a questo punto è un altro, quello “politico”, dal quale “emerge che la proposta di alternativa deve assorbire i dati di sfiducia e di dissociazione che in questi anni il berlusconismo ha alimentato”. Come farlo è questione che va ancora affinata. Anche perché il dialogo con l'Udc non ha dato tutti i frutti sperati. E benché Bersani continui a essere convinto che con le alleanze delle politiche e con i voti delle europee il Pd sarebbe diventato quel “partito appenninico” motteggiato da Tremonti, ora il tema delle alleanze si ripresenterà in tutta la sua problematicità, anche perché Di Pietro chiede al Pd un “matrimonio” e un mea culpa, visto che “nei mesi scorsi ha perso tempo a flirtare con l'Udc”. Messaggio tutt'altro che gradito al Nazareno.
30 marzo 2010
http://www.unita.it/news

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